Quale settore potrebbe rappresentare meglio il mondo di oggi se non quello elettrico ed elettronico? E cosa potrebbe rappresentare meglio la sostenibilità oggi se non l’economia circolare?

C-Servees, un recente progetto europeo, unisce questi due elementi con lo scopo di creare una rete di interlocutori e fornire soluzioni efficaci di economia circolare per il settore elettrico-elettronico (EE). Questo è infatti il settore che contribuisce maggiormente alla produzione di rifiuti nell’UE, con una crescita del 3-5 % annuale e un ammontare, stimato, di oltre 12 Mt entro il 2020. In aggiunta va considerato che oltre alla quantità è di grande importanza la qualità, infatti i rifiuti elettronici contengono una quantità significativa di materiali preziosi, che possono causare importanti criticità di salute ed ambientali se non gestiti correttamente.

Abbiamo parlato del progetto, della circolarità e di tanto altro con il nostro esperto Dott. Constantin Herrmann, membro del Comitato Consultivo del consorzio C-Servees.

Prima di andare nei dettagli vorrei chiarire una domanda essenziale: Il settore elettronico è adatto per implementare modelli di economia circolare?

 Certo! La risposta è chiaramente sì. Secondo la Ellen MacArthur Foundation l’economia circolare ha quattro pilastri: l’eco-progettazione (tutto ciò che si riferisce alle specifiche del prodotto), la “logistica di ritorno” (tutto ciò che è relativo al fine vita dei materiali), i modelli di vendita (p.es. noleggio, leasing) e i confini organizzativi (condizioni culturali e legali, il contesto in cui l’azienda opera). L’industria EE è molto attenta quando si tratta del fattore “smart”, basti pensare a concetti come “l’internet degli oggetti”, la digitalizzazione, l’automatizzazione, l’elettronificazione ecc. Questi concetti fanno parte del business quotidiano del settore, finalizzato ad essere “smart”, ma non ad un approccio circolare. Queste caratteristiche comportano così una delle maggiori sfide: la complessità dei prodotti che ne derivano.

 

Questo ci porta alla prossima domanda. Quali sono le maggiori sfide che il settore deve affrontare per una transizione verso la circolarità?

 La complessità, come abbiamo già menzionato, è una sfida caratteristica di questo settore e consiste in diverse criticità, dalla dispersione di quantità estremamente piccole di materiali (tramite miniaturizzazione, dove non è praticabile un recupero in senso economico) all’uso di materiali critici o tossici.

L’altra sfida importante potremmo definirla “universale” e applicabile a tutti i settori: il mondo e la maggior parte delle persone nelle aziende continua a pensare principalmente secondo schemi lineari. Il modello economico “produzione-consumo-scarto” (take, make and dispose) rimane per il momento l’approccio prevalente, di conseguenza tutti gli strumenti, i processi, i protocolli ecc. vengono impostati secondo le basi dell’economia lineare. Il motto “produrre a basso costo, vendere molto, non preoccuparsi del fine vita” probabilmente è l’ostacolo più difficile da superare.

Un altro freno ai progressi in questa direzione è la paura delle aziende, le quali temono che una transizione circolare porterà alla cannibalizzazione del loro business così come è inteso oggi. Ritengo, però, che sia molto più pericoloso essere cannibalizzati da altre aziende: chi non è preparato sarà presto superato dai concorrenti, non appena troveranno un modo efficace e fattibile per introdurre modelli circolari.

L’ultima sfida importante nell’implementazione della circolarità riguarda il costo ed il rischio. La transizione dalla linearità alla circolarità, all’inizio, ha generalmente costi e rischi più elevati dell’attuale stato dell’arte.

Le aziende devono acquisire capacità e competenze completamente nuove, mentre i consumatori dovrebbero allo stesso tempo cambiare la propria impostazione mentale e le proprie abitudini, i produttori testare se riescono a gestire i nuovi requisiti.

La domanda è se le aziende sono disposte a tutto ciò o meno, considerando che questo impegno significa costi e rischi dal punto di vista dell’azienda, ma probabilmente non dal punto di vista del pianeta….

La leva che potrebbe rendere l’economia circolare la “via d’uscita” potrebbe essere l’integrazione dei costi ambientali all’interno del business. Se l’uso delle risorse e le emissioni avessero un “prezzo” le aziende sarebbero costrette a ripensare immediatamente il loro modo di operare. Per ora, non sono responsabili per questi aspetti, o almeno non in termini di costi.

 

Esiste allora una soluzione che può risolvere questo antagonismo tra l’interesse ambientale e quello economico?

 Dobbiamo accettare il fatto che per diventare circolari dobbiamo mettere in conto dei costi aggiuntivi. Il primo passo, come ho detto prima, sarebbe internalizzare le esternalità, come per esempio nei sistemi di scambio delle quote di emissioni. Se tutti dovessimo pagare, anche nell’ambito privato, per i nostri impatti ed emissioni (ad esempio per viaggi aerei), tutti miglioreremmo subito il nostro comportamento e le nostre prestazioni ambientali. A mio avviso questo potrebbe essere un metodo plausibile per l’evoluzione del sistema economico, anziché cercare un’introduzione immediata della circolarità.

 

É corretta la conclusione che dobbiamo arrenderci al fatto che in qualche modo dobbiamo pagare per diventare circolari e in parte dobbiamo sacrificare il profitto?

Esatto.

 

Potrebbe nominare alcune migliori pratiche che potrebbero essere adottate da un numero più ampio di aziende?

 Il primo aspetto è il materiale. L’enfasi è sul “meno” (riduzione di uso di materiali e risorse) e sul “tipo di” (selezione dei materiali). Ci sono numerosi approcci, come ad esempio il C2C (Cradle-To-Cradle), dove i materiali che non sono circolari, ovvero tossici, dannosi, non bio o non riciclabili, vengono banditi.

Un altro modello di business praticabile è il “servizio anziché il prodotto” che sposta l’oggetto economico dal prodotto alla prestazione di un servizio o a sistemi di prodotto-servizio.

Se non è possibile l’introduzione di questi concetti, perché il modello di business ancora non è abbastanza maturo, il leasing o il noleggio possono essere una valida opzione, mantenendo la proprietà del prodotto e riprendendolo indietro. È interessante notare che dal punto di vista economico questa è una grande sfida, visto che le tabelle del bilancio economico sono influenzate in senso negativo se occorre mantenere al suo interno i beni invece di venderli, cosa invece necessaria se si devono preservare le risorse. E questo è veleno per un buon bilancio..

 

Se capisco bene, il problema è “virtuale” però…

 Assolutamente sì. Ma cosa comanda nel nostro mondo…? (ride)

Per tornare alle migliori pratiche, l’estensione della fase d’uso del prodotto è un altro buon esempio. Questo approccio impone prassi come la manutenzione programmata, la riparazione, il riuso di pezzi di ricambio, pezzi di seconda mano come pezzi di ricambio. Per citare un esempio, tutto ciò nel settore automobilistico era già prassi 10-20 anni fa….

 

L’evoluzione accelerata della tecnologia e la preferenza dei consumatori per le ultime versioni vanno però contro un’estensione significativa della vita del prodotto, non crede? 

Ha ragione e questo ci riporta alle sfide specifiche per il settore. Quando la fase d’uso è legata al consumo, spesso non ha senso estendere la vita di un prodotto poco efficiente: frigoriferi, condizionatori e TV sono buoni esempi. D’altra parte, viene inserito nei prodotti un sempre maggior numero di funzioni aggiuntive che sono lontane da quella principale (per esempio lo schermo TV dei tapis roulant). Questo fenomeno crea un effetto di rimbalzo e alla fine il prodotto nato più efficiente, a causa delle funzioni aggiuntive, consuma di più di quello meno efficiente… e così siamo tornati alla domanda: abbiamo bisogno di tutti questi comfort?

 

In effetti stiamo di nuovo parlando della necessità di un cambio di mentalità che viene richiesto anche dal consumatore….

Esatto… ma chi può stabilire le regole, quanto o come uno dovrebbe consumare, o quante funzioni sono necessarie? È una domanda difficile che ci riconduce alla sfida del pensare circolare anziché lineare… Ripeto: TUTTI stiamo ancora pensando in schemi lineari….

 

Analizzando in modo approfondito, l’argomento diventa sempre più complesso. Non è soltanto una questione tecnologica ed economica, ma culturale e direi quasi filosofica, che ci fa ripensare l’intera società di oggi.

 Assolutamente sì, anche se reintegrare materiali nel sistema produttivo solo per amore della circolarità, e senza un’analisi significativa, non avrebbe senso.

 

Potrebbe nominare la sua innovazione “preferita” del settore?

 Onestamente farei fatica a sceglierne una. Non direi preferito, ma sicuramente un esempio che rappresenta molto bene l’evoluzione dell’industria, è come ascoltiamo la musica. All’inizio abbiamo acquistato ed ascoltato i dischi in vinile, poi li abbiamo scambiati per i CD, che ha portato l’uso di meno, ma più prezioso, materiale.  Il passo successivo è stato il lettore MP3, un dispositivo elettronico tascabile. La musica è stata virtualizzata ed archiviata in un sistema che ormai poteva contenere migliaia di file. Oggi possiamo ascoltare la musica direttamente dal cloud, che segna un fenomeno di dematerializzazione. Tutto questo dimostra benissimo anche il cambiamento del nostro comportamento di consumo della musica. Nell’era del vinile eravamo fieri di possedere un album…poteva essere perfino uno status-symbol! Oggi scarichiamo un numero infinito di canzoni e spesso saltiamo da una all’altra senza ascoltarle per intero.

 

Potrebbe presentarci brevemente il progetto C-SERVEES?

L’iniziativa ha lo scopo di incentivare un’economia circolare efficiente, in termini di risorse, nel settore elettronico tramite lo sviluppo, i test, la validazione e il trasferimento di nuovi modelli circolari basati su servizi innovativi (systemic eco-innovative). La fattibilità tecno-economica, ambientale e sociale dei modelli sarà testata in progetti dimostrativi in 4 aree di prodotti: lavatrici (elettrodomestici), cartucce per stampanti (attrezzature IT), televisori e schermi (apparecchiature di consumo) e nell’accesso alle apparecchiature di monitoraggio (apparecchiature di telecomunicazione) . Il progetto è finanziato da H2020 ed il consorzio conta 16 membri tra cui grandi, medie e piccole imprese, enti di ricerca ed altre organizzazioni.

Possono aderire anche altre organizzazioni al progetto? Se sì, quali sono i criteri per partecipare?

 Certamente. Invitiamo a partecipare tutti gli stakeholder coinvolti nella catena di valore del settore elettrico ed elettronico: i produttori, il settore del riciclo e della gestione di rifiuti elettronici e tutte le organizzazioni coinvolte nell’economia circolare (accademici, politici ed associazioni dei consumatori). Potete trovare ulteriori informazioni sull’adesione al progetto qui.

 

Lei è membro del Comitato Consultivo del Progetto. Qual è il collegamento tra LCA, la PEF (Il Vs. dominio di competenza) e C-Servees?

Nel 1997 ho condotto il primo studio LCA a livello mondiale su un prodotto elettronico. Forse questa è già una buona spiegazione del fatto che credo fortemente che le analisi siano cruciali per la sostenibilità e l’economia circolare nell’orientare idee innovativi. Il Life Cycle Assessment (LCA) può aiutare a definire indicatori e ad individuare le criticità indipendentemente dagli interessi aziendali, focalizzandosi sul prodotto e sul sistema produttivo. Partendo da queste valutazioni l’azienda può individuare le vie per ridurre i suoi impatti tramite un nuovo approccio circolare e, come risultato finale, trasferire queste competenze in nuovi modelli business. Questo è anche il fulcro dell’attività di thinkstep: procurare soluzioni, contenuti (banche dati) e servizi che forniscono fatti e indicatori per la base decisionale, e supportano in modo scientifico l’eco-progettazione.

A tal proposito farei presente che all’interno della Commissione Europea, dal punto di vista organizzativo, il programma PEF rientra come tema dell’economia circolare. Questo dimostra l’importanza di avere a disposizione indicatori per capire dove è appropriato applicare l’economia circolare e dove no.

 

Quali sono i suoi obiettivi ed aspettative principali in merito al progetto?

 Il mio obiettivo è rappresentare l’approccio sopra descritto nel progetto. Per quanto riguarda le mie aspettative: sono molto interessato a vedere i risultati dei 4 prodotti testati. Sono curioso di vedere cosa riescono e cosa sono disposte a fare le aziende, sperando vivamente che i risultati vadano oltre al riciclo efficiente.

Vorrei vedere, oltre all’aspetto tecnico, veri modelli business innovativi con il potenziale di ridefinire gli schemi, andando oltre la realtà odierna.

 

Qual è il primo passo che consigliereste di fare alle aziende verso l’economia circolare?

Cominciare con l’analizzare dal punto di vista del ciclo di vita i sistemi produttivi già in uso, poi definire degli indicatori e individuare le criticità. Successivamente provare a comprendere com’è possibile ridurre queste criticità, analizzando la questione dal punto di vista LCA e circolare, che non sono sempre gli stessi! Una volta valutati i diversi scenari sarà necessario definire la strategia per trasferire tutto questo in un modello di business attuabile.

É essenziale sottolineare il concetto che il modello di business non può essere il punto di partenza! Prima dobbiamo ridefinire il sistema e solo dopo cercare come possiamo renderlo economicamente profittabile.

 

Per saperne di più sull’iniziativa C-SERVEES